Black Friday, cos’è e perché le aziende non possono farne a meno

Non solo shopping sfrenato ma anche possibile rivitalizzazione dei centri cittadini

Per i più fashionisti la vita è una questione di amene priorità, e il Black Friday le soddisfa tutte. La tradizione, importata dagli Stati Uniti, vede i marchi di ogni tipo e dimensione scontare i propri prodotti in vista dello shopping natalizio. Non è solo la coda all’entrata dei negozi ad essere da bollino nero, ma anche il colore dell’inchiostro con cui i contabili americani degli anni ’60 segnalavano i conti in attivo: ecco spiegato il nome di una vera e propria celebrazione che, a pochi giorni di distanza dal Ringraziamento, celebratosi lo scorso 22 novembre, induce i consumatori di tutto il mondo a svuotare il portafogli. Dal punto di vista economico e finanziario, la giornata di venerdì funge come un tester per monitorare quello che potrebbe essere l’andamento dei consumi sotto l’albero. In sostanza pone una risposta pressoché matematica a degli interrogativi molto pratici, fornendo validi indicatori di riferimento: alla conclusione dell’anno, qual è la capacità di spesa media del consumatore?

È più o meno predisposto agli acquisti? E da quali trend si lascerà guidare?

In base ai dati raccolti le aziende di piccole, medie e grandi dimensioni impostano adeguate misure strategiche per rispondere ai bisogni dei compratori, la cui natura muta in base a svariati fattori di condizionamento culturali e non. Se il consumatore americano è più “fisico”, desideroso di apprezzare il prodotto con i 5 sensi ed è disposto a file chilometriche pur di testarlo (la celebre immagine tratta da Sex and the city, in cui una schiera di donne si precipita ad invadere l’ennesima luxury boutique non è solo un luogo comune!) quello europeo predilige la comodità online, spesso a discapito della realtà territoriale in cui vive, rara di iniziative atte a rivitalizzarne l’economia.

Il black Friday tricolore è infatti una buona occasione per dare nuova linfa ai centri storici delle città aderenti e le parole di Maurizio Francescon, dell’associazione Confesercenti, colgono appieno la questione: «Non è organizzando qualche evento che si garantirà la vivibilità dei nostri centri urbani ma solo ridando competitività al sistema città. Non vogliamo riempire le città nel tempo libero dei consumatori ma vogliamo anche renderle competitive per chi vi lavora per chi vi opera». Ricordando che a dettare le regole dell’economia non sono i brand, ma le persone.

 

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